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Microcredito e Microfinanza

SEMINARIO TENUTO DA MR. MILLINGA – Latina e Roma, giugno 2006

Qual è la differenza tra microcredito e microfinanza?

La microfinanza include quattro componenti: credito, risparmio, microassicurazioni e operazioni finanziarie. Il credito è solo una componente della microfinanza.

All’inizio, negli anni ’70, si usava il termine microcredito: si pensava che i poveri che non avevano accesso alle banche avessero bisogno soltanto di crediti, ma ora abbiamo capito che hanno bisogno anche di altri servizi, come assicurazioni sui rischi o eventi/emergenze della vita (malattie, morte, funerali, matrimoni, cerimonie religiose, ecc.) che né gli istituti bancari né assicurativi istituzionali concedono ai poveri.

Il prefisso “micro” significa che i prestiti concessi sono piccoli, piccole sono le restituzioni settimanali e il massimo periodo di tempo per la restituzione è un anno.

Come nasce il microcredito e poi la microfinanza?

Alle banche non interessano clienti che possono risparmiare solo piccolissime somme (p.e. un euro, dieci euro) o che chiedono piccolissimi prestiti (p.e. 50 euro). Nei paesi sottosviluppati la maggior parte delle persone non può avvalersi del sistema bancario, perché non hanno carta d’identità, non hanno un lavoro stabile o un impiego e non possono offrire garanzie.

Nel 1976 il prof. Yunus ebbe l’intuizione che i poveri sono affidabili: se viene concesso loro un prestito lo possono ripagare. Ha pertanto elaborato un programma che ha portato alla costituzione di una banca nominata Grameen, rivolto soprattutto alle donne, il 99.99% delle quali di religione mussulmana.

Ma la microfinanza ha una lunga tradizione, anche in Africa, sotto forma di un sistema rotativo di risparmio e credito, chiamato ROSCA; ma le risorse non erano mai sufficienti, per questo è stato successivamente adottato il modello di microfinanza sperimentato da Yunus.

Come si definisce la povertà?

Il punto cruciale è quello di dare una definizione di povertà. Probabilmente ognuno di noi ne ha una diversa percezione. Quali sono le caratteristiche, i sintomi della povertà?

La Banca Mondiale definisce povero colui che spende meno di un dollaro al giorno. Ma una persona che vive in campagna non usa il denaro: coltiva quello che gli serve per mangiare, raccoglie la legna, ecc. Come si calcola quanto spende?

In genere si pensa che i poveri sono coloro che non hanno cibo sufficiente, ma se fosse solo questo, basterebbe dare loro cibo per risolvere il problema. 

Guardiamo il problema da un punto di vista più ampio, osservando non solo l’individuo, ma la società nel suo complesso. Per esempio in Italia il nord è più ricco del sud, in America Latina il numero di persone molto ricche è maggiore rispetto all’Italia, ma il paese nel complesso è povero, ma può essere anche vero il contrario, cioè un paese può essere ricco, ma le persone povere. E’ stata fatta dall’UNICEF una ricerca in Tanzania in una località del Kilimangiaro, dove il livello di povertà è molto basso, ma lo stato di malnutrizione dei bambini e degli adulti molto alto. La popolazione è solo interessata alla coltivazione di caffé, ma il caffé non si mangia e i guadagni, anche se buoni, non vengono utilizzati per comprare cibo. Nel distretto il reddito per persona è molto alto, ma il livello di malnutrizione alto.

E’ stato perso tanto tempo nel discutere il concetto di povertà, ma il problema si risolve definendo dei semplici indicatori di povertà: sono poveri coloro che non hanno accesso al cibo, ai servizi sanitari, all’acqua potabile, alla casa, ai servizi igienici e all’educazione. Per sapere se una persona è povera, basta fare delle semplici domande, del tipo: “Hai accesso ai servizi sanitari, puoi pagare le spese per essere curato in ospedale?” “ Hai accesso all’educazione, puoi mandare i tuoi bambini a scuola, hai i soldi per pagare i libri, le uniformi?” e così via… (la scuola primaria è obbligatoria e gratuita, mentre per la secondaria si pagano le tasse e, se è un “collegio”, i genitori devono pagare anche il vitto, le lenzuola, ecc.)

Se non si ha chiaro il concetto di povertà in questo senso più ampio, è molto facile essere condizionati da quello che ci fa vedere la televisione: bambini che piangono sempre, non si vede mai una festa africana. L’immagine che deriva dai mezzi di comunicazione è che in Africa la gente è affamata, e tutti pensano che, per non farla più soffrire, il problema sia donare cibo. Ma questa è una soluzione a breve termine, non è la vera soluzione del problema. Per esempio, può succedere che al nord della Tanzania ci sia un periodo di siccità, mentre al sud piove. La televisione farà vedere solo il problema del nord e la gente potrà pensare solo a soluzioni a breve termine e non invece a risolvere il problema della fame distribuendo equamente le risorse esistenti.

Inoltre bisogna distinguere tra povertà urbana e povertà rurale. La mancanza di pioggia e la siccità creano un grosso problema per la gente che vive in campagna, la quale non dipende dal mercato, perché produce il cibo di cui ha bisogno; mentre non è un problema per coloro che vivono in città. D’altra parte la povertà in città è più drammatica che in campagna, perché c’è bisogno di denaro per comprare qualsiasi cosa, è difficile trovare lavoro senza capacità professionali, non ci sono servizi igienici, ecc.. Nelle campagne, invece, a meno che non sia un periodo di siccità, la gente è felice, canta, balla e si diverte. Il problema ora è che la gente dalle campagne si riversa nelle città, senza nessuna opportunità di trovare un lavoro e si formano le baraccopoli, anche se non estese come a Nairobi.

Perché credito ai poveri e non donazioni ovvero quale è la relazione tra microfinanza e lotta alla povertà?

Il credito dà alla persona dignità, i poveri dicono che non hanno bisogno di elemosina, ma che vengano date loro opportunità e possibilità di ricevere in prestito un piccolo capitale per produrre. Naturalmente il credito funziona laddove esistono le opportunità (se c’è un mercato, se ci sono scuole, se la legge permette di fare qualcosa, ecc.). Nelle aree urbane le opportunità sono maggiori che nelle aree rurali. La microfinanza non fa miracoli, ma è uno dei più forti strumenti per combattere la povertà, per dare opportunità alle persone di uscirne con dignità. Il credito dà loro l’opportunità di fare un lavoro che produce reddito, cioè di investire il denaro per guadagnare e vivere meglio.

Negli anni ’70, prima dell’avvento della microfinanza, si pensava che fosse utile per i poveri la beneficenza. Ma il primo problema è che queste donazioni non raggiungevano i diretti beneficiari e il secondo problema era che la persona che riceveva la donazione, era sospettosa: “perché mi danno questo denaro?” “cosa vogliono da me?”. Se a voi qualcuno regalasse 1000 euro, che pensereste? Quello che noi sottolineiamo è che i poveri sono prima di tutto esseri umani che hanno bisogno di dignità e si sentono umiliati e colpevoli se qualcuno regala loro denaro. Questo è il motivo per cui la politica delle donazioni degli anni ’70 non ha avuto effetti positivi.

La microfinanza è un fenomeno che ha origine nei Paesi del Terzo Mondo, in Bangladesh, dove il prof. M. Yunus aveva osservato che le donne lavoravano sodo, ma non disponevano del capitale necessario per rendere le loro attività più efficienti rispetto ai miseri guadagni ottenuti. Uno degli aspetti più critici è che Yunus ha iniziato il suo programma in un’area mussulmana. Molte persone europee con cui ho parlato dubitano che sia possibile dare prestiti a donne musulmane, ma Yunus ha iniziato a concedere piccoli prestiti a donne per il 99.99 %  musulmane.

Nel 1989 ho lavorato tre mesi in Bangladesh e non ho mai visto una sola donna al mercato ma ho visto molte donne nell’ufficio dell’ufficiale di credito. Allora mi sono chiesto: “io presto denaro alle donne per svolgere delle attività produttive, ma non le vedo al mercato, chi vende i loro prodotti? Eppure alla fine della settimana vengono a ripagare i prestiti”. Ho scoperto che erano i loro uomini a vendere i prodotti, perché solo agli uomini è permesso andare al mercato per vendere e comprare. Le donne lavorano in campagna, intrecciano cestini ecc., ma è il marito, il fratello o il padre che va a vendere al mercato. Le donne, con il profitto del loro lavoro, ripagano il prestito e mandano i bambini a scuola. Ogni società ha un suo sistema con le sue regole, secondo il quale la gente si comporta. Il prof. Yunus sapeva che se avesse tentato di cambiare questo costume, sarebbe stata una guerra persa. Le cose stanno così ancora oggi e lo saranno domani. Questo non è il ruolo della microfinanza, il suo fine è di migliorare le condizioni economiche, di fare in modo che un numero maggiore di bambini possa andare a scuola, che migliori lo stato di alimentazione della famiglia. Cambiare il mondo musulmano è un processo lungo, che richiederà molto tempo, non si può nel frattempo rischiare di perdere la battaglia principale, che è la lotta alla povertà.

La microfinanza non considera solo l’attività del cliente, ma la persona nell’ambito della sua famiglia allargata: nonostante spesso l’attività non si ingrandisce, il reddito che ne deriva porta a migliorare le condizioni di vita: i bambini vanno a scuola, la famiglia riesce a costruirsi una casa e a pagare le spese mediche, ecc. La microfinanza lavora come un processo, non consiste nell’erogazione di un solo prestito, ma segue la persona nella sua attività potenziando l’attitudine a gestire il denaro, a risparmiare, a ottenere prestiti successivi e ad avere contatti graduali con la banca istituzionale. Inoltre permette di migliorare le condizioni di tutta la “household” (la famiglia allargata, che in Tanzania è in media di sei persone) che sta dietro a un beneficiario.

Lo stesso modello è stato riprodotto in Tanzania, con alcune modifiche a causa della diversa situazione dei due paesi: in Bangladesh le donne vivono in aree urbane ad alta densità, in Africa la maggior parte della popolazione vive in aree rurali a bassissima densità di popolazione.

Quali sono le garanzie richieste ai poveri per ottenere un prestito?

Chiediamo loro di formare dei gruppi di cinque persone, di dimostrare di avere una attività commerciale, anche piccolissima. I membri del gruppo garantiscono l’un l’altro, ma ciascun membro ha la sua propria attività. Inoltre 8/10 gruppi formano un centro di 40-50 persone. Contemporaneamente è obbligatorio un piccolo risparmio settimanale.

Tecnicamente la garanzia di beni immobili, come del resto succede nelle banche che lavorano professionalmente, è l’ultima cosa richiesta, per recuperare i soldi nel caso che l’attività fallisca. La prima cosa richiesta è dimostrare di possedere un’attività commerciale che produce reddito e quindi garantisce la possibilità di restituzione del prestito. In microfinanza il prof. Yunus insegna di utilizzare gli stessi principi delle banche, solo che la garanzia non consiste in beni immobili, ma la garanzia è di tipo solidale, cioè è data dal gruppo e dal centro.

Il punto critico pertanto è la formazione di questi gruppi: devono essere persone che si conoscono molto bene e si fidano l’una dell’altra. Nei modelli di microcredito urbano le persone che compongono i gruppi non devono appartenere allo stesso nucleo familiare, mentre questa regola non viene applicata in contesti di tipo rurale, in cui generalmente le persone sono quasi tutte legate da vincoli di parentela.

La formazione di gruppi e centri presenta inoltre un altro vantaggio. Concedere piccolissimi prestiti individuali è molto costoso per l’istituzione che li eroga: infatti per concedere un prestito di 50 euro sono necessarie le stesse informazioni di un prestito di 1000 euro. Quindi questo schema dei gruppi è stato introdotto per diminuire i costi di gestione. Infatti ricevere una persona per volta, per le interviste, per la concessione e le restituzioni, richiede molto più tempo che ricevere insieme 40 persone di un centro.

Questo modello in Bangladesh ha avuto molto successo: Yunus ha fondato la Banca Grameen, che ha raggiunto sei milioni di beneficiari e ha più di 2900 filiali. Questa banca ora gestisce anche una compagnia di telefoni cellulari per i suoi clienti. Grameen è una grossa banca, nonostante conceda piccoli prestiti, gestisce bilioni di dollari. Lo stesso modello ha lavorato molto bene in Indonesia e in India e non solo nei paesi del Terzo Mondo, ma anche negli Stati Uniti e in Gran Bretagna.

La microfinanza offre soltanto servizi finanziari, per quanto riguarda invece servizi per la formazione tecnica e professionale ci sono altre istituzioni partner (p.e. CEMIDE è partner di YOSEFO per la formazione, oppure UMATI per la prevenzione dell’AIDS).

Chi concede questi prestiti ai poveri?

Inizialmente è stato un fenomeno gestito dalle ONG. In seguito la microfinanza ha cominciato a crescere ed ora anche qualche banca è interessata, specie nelle zone povere. Ci sono delle banche che lavorano come intermediari con ONG che danno prestiti.

Anche l’Unione Europea ha un grande programma di microfinanza per i paesi ACP, ma finalizzato alla formazione del personale, all’utilizzo di sistemi computerizzati, ma non dà fondi per i prestiti.

L’African Development Foundation (ADF), con sede a Washington, p.e. ha donato fondi a YOSEFO per i prestiti, una compagnia norvegese (Stromy foundation) invece ha prestato fondi con l’interesse del 12%.

Anche il Governo della Tanzania sostiene programmi di microfinanza.

In aree rurali la microfinanza si sviluppa secondo diversi tipi di modelli:

  • SACCOS (cooperative di risparmio e credito), diffuse in aree del nord dove si coltiva caffè e cotone, promosse dalla chiesa cattolica e luterana; i SACCO hanno successo anche in Belgio e Germania
  • FSA associazioni per servizi finanziari, basate sui membri stessi che si  riuniscono, raccolgono i risparmi e concedono prestiti. Diffuse in Mwanza e in Uganda
  • Banki kata (jamii), diffuse nel territorio del Kilimangiaro e nelle aree del sud della Tanzania, come Mbeya e Mbinga

Queste strutture in genere non raccolgono risparmi sufficienti per soddisfare le richieste di prestiti, per cui si è sviluppato un nuovo modello che collega queste strutture alle banche, che possono prestare loro fondi.

I poveri devono pagare anche gli interessi sui prestiti?

Certamente! E addirittura più alti di quelli delle banche. I poveri non possono accedere ai servizi bancari perché non hanno i requisiti richiesti, l’unica soluzione per loro è ricorrere agli usurai, che chiedono un interesse anche del 300-400%.

Gli interessi dipendono dal tempo della restituzione. Esistono quattro tipologie di prestito: il prestito a tre mesi per cui il tasso di interesse è del 10%; il prestito a sei mesi, con un tasso di interesse del 15%; per prestiti di nove mesi il tasso è del 20% e per 12 mesi è del 30%.

L’interesse richiesto dalle banche istituzionali è il 24% per un anno più spese amministrative e altro.

Ma perché chiedere ai poveri interessi più alti delle banche istituzionali? Primo perché la microfinanza dà servizi diversi dalle banche: il tipo di clienti che accedono ai prestiti in un’istituzione di microfinanza non forniscono garanzie, per cui il sistema è più rischioso; questi clienti non avrebbero accesso a banche tradizionali. Se paragonati agli interessi del mercato nero, che raggiungono il 300-400%, sono molto bassi.

All’inizio il governo concedeva prestiti senza interessi: quei progetti fallirono perché non erano sostenibili. Le istituzioni devono avere fondi per il loro sostentamento per poter continuare a dare i servizi.

Gli interessi sono regolati da quella che noi chiamiamo “Microfinance Best Practice”, linee guida fornite dalla Banca Mondiale e da una Istituzione detta CGAP (Consultative Group to Assist the Poorest) ma il punto critico è la sostenibilità dell’istituzione, perché qualsiasi profitto generato è utilizzato per continuare a fornire il servizio. Ogni istituzione che fornisce servizi di microfinanza sa che i donatori un giorno interromperanno la donazione; il problema è di continuare comunque ad operare, per esempio chiedendo prestiti ad altre banche e fondazioni, una volta acquisita credibilità.

Gli interessi servono per fronteggiare l’inflazione, coprire i costi di gestione e mantenere il capitale di base. Una istituzione di microfinanza, come ogni attività commerciale, deve generare profitto per mantenersi. Per esempio se una istituzione di microfinanza fosse “buona” e concedesse prestiti ai poveri senza interessi, primo, darebbe un messaggio sbagliato ai poveri, secondo, opererebbe contro quella che noi chiamiamo “Best Practice”, terzo, fallirebbe nell’obiettivo di aiutare qualcuno ad aiutare sé stesso. Questi sono i motivi per cui vengono richiesti interessi.

Quando qualcuno vuole entrare nel programma deve seguire un corso di sei settimane sui principi sui quali opera la microfinanza. Durante questo periodo ogni cliente deve risparmiare una piccola cifra (circa 1 euro) ogni settimana. Il corso serve a spiegare i principi e le regole secondo cui opera la microfinanza. Lo staff è qualificato per insegnare: possiede il primo grado di istruzione universitaria. Qualche cliente si ritira durante il corso, ma la percentuale dei ritirati si aggira sul 7-8%, cioè molto bassa.

Ma i poveri riescono a restituire i prestiti?

In microfinanza abbiamo un dato che indica quanti clienti restituiscono i prestiti in tempo: la restituzione del prestito nel tempo stabilito. Il 98,5% dei clienti ripaga in tempo il prestito ricevuto. Se il numero di coloro che non ripagano in tempo supera il 5%, il programma è destinato a morire nell’arco di due/tre anni. Ecco perché in un programma di microfinanza il problema critico è la restituzione dei prestiti: se questa non avviene regolarmente, il programma fallisce. Per questo abbiamo introdotto la garanzia del gruppo e del centro e il sistema di restituzione settimanale. Ogni settimana il cliente deve presentarsi all’ufficio dei crediti. Se un cliente non paga il debito, questo verrà recuperato dai suoi risparmi e se il risparmio non basta, gli altri membri pagheranno per lui, però poi andranno a casa sua e potranno sequestrare i suoi beni.

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